Loris, Meluzzi: “Su Veronica evitare di cadere in alcune trappole. Le differenze con Cogne"

10 dicembre 2014 ore 17:01, Lucia Bigozzi
Loris, Meluzzi: “Su Veronica evitare di cadere in alcune trappole. Le differenze con Cogne'
Garantista "pro veritate e iustitia", il professor Alessandro Meluzzi, psicoterapeuta, psichiatra forense, a Intelligonews analizza gli ultimi sviluppi sull’omicidio del piccolo Loris e sul ruolo della madre accusata di averlo ucciso. Che idea si è fatto della madre accusata dell’uccisione del figlio? «La mamma è una persona fragile, confusa, ambivalente come possono essere le persone ferite che portano dentro i segni di un’infanzia difficile sviluppati fino all’adolescenza. Il che non significa che la donna sia malata di mente; il che non significa che ci sia una famiglia patologica. Parliamo di tratti che fanno parte della storia di questa donna. In ogni caso, bisogna evitare di cadere nella trappola di iniziare a fare ciò che nel nostro ordinamento non può, non deve ed è ingiusto fare: partire da un profilo psicopatologico preventivo che serva a giustificare un quadro probatorio oggettivo. Prima occorre avere un quadro probatorio certo, solido anche di indizi non solo sospetti, anche perché questo sarà un processo indiziario non essendoci la pistola fumante. Tuttavia non ci deve essere un reo mediatico con un profilo costruito ante, bensì un reo personologico. In criminologia il profilo si fa ma di una persona che non si conosce. Faccio un esempio: se c’è un serial killer da individuare io ne traccio un profilo e dico se è uomo o donna, giovane o anziano, occidentale o orientale. Ma non è questo il caso; non si può fare il profilo su una persona che si ha davanti. Il sospetto è un punto attraverso il quale passano infinite linee; l’indizio è la semiretta tra due punti, ma per avere un qualcosa di solido io devo avere un piano su cui fissare il fatto». Ritiene credibile l’ipotesi della presunta colpevolezza della madre del piccolo Loris? «La madre è stata arrestata con l’accusa di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione e mi ha colpito la definizione data dal procuratore che ha parlato di ‘un delitto cinico ed efferato’: l’efferatezza è una valutazione fenomenologica, ma dire che è cinico implicherebbe il fatto di dare immediatamente una risposta a tutte le domande. Aggiungo: una persona incapace di intendere e volere, ad esempio, non può compiere un reato cinico perché questo presuppone la piena coscienza di sé…». E invece? «Mi pare che il quadro sia molto più complicato anche rispetto alle ipotesi fantasiose degli psichiatri su anamnesi dissociative e quant’altro. La realtà è che bisogna partire dai fatti e quali sono i fatti?». Risponda lei stesso. «Un processo si costruisce su quattro fattori. Il primo: un corpo e un corpo parlano nei modi e nelle forme in cui viene ritrovato. In questo caso il bambino è stato trovato prono, in un canale nel quale probabilmente è stato gettato ancora vivo, senza slip e con i pantaloni abbassati. Il cadavere parla anche attraverso l’autopsia e qui parrebbe – perché l’elemento prima è stato detto, poi smentito – che il bambino sia stato sottoposto non a violenze acute ma di cronico abuso. Il secondo fattore è legato alla narrazione dei fatti: bisogna che ci sia un quadro di ricostruzione degli eventi che si tiene (tempi, spostamenti, eccetera) e questo è stato affidato solo alle telecamere di un paese iper-cablato, ma le telecamere dicono alcune cose e non altre; parlano di un’ombra compatibile con quella macchina ma non danno certezze come quelle anatomiche. Terzo fattore: il corpo del reato, cioè lo strumento con cui l’omicidio viene perpetrato. In questo caso viene individuato nelle famose fascette ma se lei prova a prenderle tra le mani si renderà conto che sono gli strumenti meno comodi per strangolare una persona: è come quando deve agganciare una collana a una sua amica, se non tiene fermo il collo lei non riesce nell’operazione. Immaginiamo tutto questo su un bambino che ha i polsi immobilizzati e si dimena. Tutto ciò allarga lo scenario su una situazione più complessa e complicata. Ultimo fattore: il movente. E qual è il movente per il quale una madre che in seguito a un contesto di sofferenza avrebbe fatto tutto questo? E’ difficile dare risposte in un quadro così complesso». Come commenta le parole della madre di Veronica Panarello che ha parlato di una figlia “aggressiva”? «Le trovo gravi, non perché magari frutto di un rapporto complicato madre-figlia ma perché si sta realizzando una sorta di perizia psicologica e storica su una donna senza alcun contraddittorio. Sentiamo la voce della madre ma non quella della figlia e non possiamo di certo farlo diventare un elemento probatorio. A meno che non si faccia una perizia su tutti i familiari. Io non sono affatto innocentista, sono garantista. Il garantismo è la garanzia per la ricerca della verità, l’obiettivo dell’azione penale. L’esatto contrario dell’idea di un colpevole da buttare in pasto all’opinione pubblica per placarla». Come valuta il ruolo e i comportamenti di mariti che vivono drammi del genere? «Il ruolo del mariti appartiene a una gamma vastissima, direi infinita di situazioni che corrispondono alla varietà e alla complessità delle relazioni tra uomo e donna, tra marito e moglie, all’interno del nucleo familiare. Il marito di questa donna anche per il lavoro che lo portava lontano da casa, pare essere stato poco presente in questa famiglia. Diametralmente opposto la posizione del marito di Anna Maria Franzoni, sempre presente, convinto dell’innocenza della moglie e determinato a condurre una battaglia implacabile anche per la difesa e la tenuta del nucleo familiare. Ma questo dipende anche dal temperamento, dal carattere, dalla personalità dei singoli». Tra Cogne e Ragusa ci sono analogie o differenze? «Ci sono differenze radicali. A Cogne c’era un corpo caldo, una situazione immediatamente clamorosa, un bimbo con la testa fracassata, l’elisoccorso, il quadro interno alla casa. Nel caso di Ragusa si è arrivati all’idea della colpevolezza della madre partendo dalle incongruenze nei suoi racconti. Una persona può dire delle cose che sembrano contraddittorie perché confusa, perché mente o copre qualcun altro. Non solo, ma uno può mentire e non essere colpevole, così come una persona può essere sincera ma colpevole. Addirittura neanche la confessione è un elemento di prova perché uno può confessare ed essere innocente. Il nostro mestiere, la psichiatria forense e la criminologia investigativa, possono fare robuste iniezioni di scienza e cultura all’interno del processo penale contribuendo a innalzare il livello di tutti i passaggi. Direi che la funzione del nostro mestiere è correggere gli effetti dell’imper-mediatizzazione».
autore / Lucia Bigozzi
Lucia Bigozzi
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